Vi sono molti elementi positivi nella filosofia del “chilometro zero” ma la sua sostenibilità (in termini economici ma anche nutrizionali) è oggetto di dibattito. Essere esclusivamente locavori è molto difficile e, forse, non necessario.

Locavorismo: un termine che suona complesso dietro il quale si nasconde la più nota filosofia del “chilometro zero”, che incoraggia la vendita e il consumo di prodotti locali, in modo che non debbano percorrere grandi distanze per arrivare sulle tavole. Il locavorismo è un neologismo coniato nel 2005 da Jessica Prentice, chef e autrice del libro Full Moon Feast: Food and the Hunger for Connection. In analogia con i termini carnivori ed erbivori, i locavori mangiano unicamente cibo locale, per diminuire l’impatto ambientale della produzione di cibo e, secondo i locavori più convinti, anche per garantirsi un prodotto fresco e stagionale.

Il tema della sostenibilità

Il chilometro zero ha fama di essere un sistema di distribuzione degli alimenti più sostenibile di altri. È davvero così? Non tutti sono d’accordo. I ricercatori Pierre Desrochers e Hiroko Shimizu per esempio, nel loro libro pubblicato nel 2012, con il titolo The locavore’s dilemma – In praise of 10.000-mile diet, prendono le distanze dalla teoria. Sono scettici soprattutto sulla validità stessa del concetto di “food miles” come unità di misura: avrebbe senso, sostengono, nel momento in cui non ci fossero differenze tra una regione e l’altra, ma dal momento che esistono terreni più fertili, terreni che ricevono più o meno sole o più o meno pioggia, è ovvio che bisogna coltivare alcuni prodotti in paesi caldi e trasportarli poi al nord, dove per ottenerli localmente sarebbero invece necessari fertilizzanti, pesticidi, calore e molta più acqua.

Di parere contrario è invece Tim Lang, docente di food policy a UCL, la prestigiosa università londinese, che per primo parlò di food miles ai microfoni di un programma radiofonico su British Channel 4. Il trasporto di cibo spesso è sinonimo di ingente emissione di CO2 nell’aria, e di un aumento considerevole dell’effetto serra. Lang inventò l’espressione proprio per evidenziare quel fenomeno complesso e in rapida espansione che definiva il legame tra cibo, sostenibilità ambientale e riscaldamento globale. Era il novembre del 1992.

Da allora il termine è entrato in uso nei contesti più disparati, dall’agricoltura sostenibile, al marketing, dal giornalismo alla linguistica: è addirittura entrato a far parte dell’Oxford English Dictionary come parola di senso compiuto.

L’impatto ambientale

Comprendere davvero il concetto di chilometro zero in tutti i suoi aspetti per prendere decisioni ponderate è inevitabilmente complesso, poiché entrano in gioco diversi fattori. Lo spostamento del cibo dal campo alla tavola è diventato elemento imprescindibile nella valutazione dell’impatto ambientale, ma gli esperti sostengono che un mercato di questo tipo sia oggi impossibile da sostenere. A parte le inevitabili gravi limitazioni nella varietà di prodotti disponibili (con possibili effetti anche sulla qualità nutrizionale della dieta che sono ben noti agli storici della medicina che analizzano le malattie legate ai limiti produttivi del passato), producendo e vendendo unicamente a chilometro zero i costi degli alimenti crescerebbero talmente da risultare troppo alti per alcune fasce della popolazione. Prodotti freschi come frutta e verdura diventerebbero appannaggio dei soli ricchi, con un impatto negativo sulla salute pubblica.

Il mercato non permette, quindi, di essere tutti esclusivamente locavori. Nonostante ciò, visto l’impatto ecologico della produzione e del trasporto alimentare sul Pianeta, è importante sviluppare nei consumatori la consapevolezza dei problemi che hanno portato alla nascita dell’idea stessa della filiera a chilometro zero: riduzione dell’inquinamento, valorizzazione delle colture e delle professionalità locali e, soprattutto, riduzione dello spreco alimentare. Un esempio? Comprare il cibo secondo la stagionalità del prodotto e, per chi può, preferendo prodotti locali, consente di evitare la perdita fisiologica che si accompagna ai trasporti per nave, camion o aereo.

Fonte: barillacfn.com

There are many positive elements in the ‘zero miles’ philosophy, but its sustainability (from an economic and also nutritional perspective) is under discussion. Being true ‘locavores’ is very difficult and maybe not even necessary.

Locavorism: a complex-sounding word behind which is the ‘zero miles‘ philosophy, encouraging the sale and consumption of local products, and thus avoiding the need to cover great distances to reach the tables. Locavorism is a neologism created in 2005 by Jessica Prentice, chef and author of Full Moon Feast: Food and the Hunger for Connection. As an analogy with the words carnivores and herbivores, locavores only eat local food, reducing the environmental impact of food production, and, according to the strongest supporters, securing fresh, seasonal products.

Sustainability

Zero miles is supposed to be a food distribution system that is more sustainable than others. Is it really so? Not everyone agrees. For example, researchers Pierre Desrochers and Hiroko Shimizu, who wrote The locavore’s dilemma – In praise of 10.000-mile diet in 2012, distanced themselves from the theory. They are especially skeptical of the very concept of zero miles as a measurement unit: it would make sense if there were no differences across regions, but since lands may be more or less fertile, they receive more or less sunshine or rain, obviously some products need to be farmed in hot countries and then shipped to the north, where they would require fertilizers, pesticides, heat and a lot more water to grow locally.

Tim Lang, Food Policy professor at UCL, the prestigious London university, disagrees. He is the one who first mentioned food miles during a radio program on the UK’s Radio 4. Food transport is often synonym with huge CO2 emissions, and a significant increase in greenhouse effect. Lang coined the expression to highlight the complex and expanding phenomenon defining the link between food, environmental sustainability and global warming. That was November 1992.
Since then, the word has been used in the most disparate contexts: sustainable agriculture, marketing, journalism, linguistics. It is now listed as a new expression in the Oxford English Dictionary.

Environmental impact

Fully understanding the concept of zero miles, in all its facets, in order to take informed decisions, is complex because several different factors are involved. Moving food from field to fork is now an inescapable element of the environmental impact evaluation, but experts believe that a zero mile market is not sustainable today. Aside from the inevitable limits to the range of available products (with potential effects on the overall nutritional quality, as medical historians know too well when they analyze diseases linked to past production limitations), if we produced and sold only locally, the cost of food would soar so much that it would become prohibitive for part of the population. Fresh products such as fruit and vegetables would become a luxury, with a negative impact on public health.

The market, therefore, does not allow for everyone to be exclusively locavore. Considering the ecological impact of food production and transportation, however, it is still important to raise awareness of the problems that led to the idea of zero-mile supply chains: reducing pollution, enhancing local crops and know-how and, especially, reducing food waste. An example? Buying seasonal food and, whenever possible, preferring local produce means avoiding the physiological loss that comes with truck, ship or air journeys.

Source: barillacfn.com